Rimborsi sì! Rimborsi no! La terra dei cachi!
16 aprile 2012 - 20:04 | Rubrica: Fischia il Vento | Scrivi un commento   

Voglio tentare di dire la mia sulla questione dei rimborsi con denaro pubblico ai partiti. È scontato dire che le leggi che li regolamentano attualmente vadano cambiate, e che ci siano troppi (TROPPI!) soldi in ballo. Ma bisogna anche valutare cosa accadrebbe se si abolissero completamente i finanziamenti pubblici.

Con questi soldi, i partiti pagano le campagne elettorali, certo, ma anche le iniziative popolari, i comizi, le raccolte di firme, i loro servizi di informazione (dai giornali alle TV, dai volantini ad internet, ecc.), e pagano anche tanti stipendi. Di persone normali, come noi.

Se abolissimo completamente i rimborsi, i partiti dovrebbero cercare questi soldi tra i privati, ma ciò sarebbe molto più pericoloso. Infatti, chi paga pretende: difficile occuparsi poi del bene del paese, senza dare la precedenza al bene dei propri “sponsor”.

Facciamo qualche esempio. Non voglio fare i nomi dei partiti perciò cerco di usare nomi di fantasia (sì, credeteci!): ci sarebbe il PdL (Partito del Lusso), finanziato da ricchi, grandi imprenditori, multinazionali, ecc.; poi ci sarebbe l’UdC (Un Po’ di Carità), finanziato dalla Chiesa, da CL e da altre associazioni bigotto-cristiane; ed infine ci sarebbe il PD (Partito Disgraziato), finanziato dai lavoratori (quelli che possono permetterselo) e da piccoli privati. Mi limito a questi tre grandi partiti, perché penso che ingloberebbero tutti quelli più piccoli che non avrebbero altrimenti speranza di sopravvivenza.

Aldilà della diversa quantità di mezzi che ciascun partito avrebbe (sicuramente un Berlusconi potrebbe finanziare meglio il suo partito di quanto potrebbe fare un Bersani o un Casini), finiremmo in un paese controllato ancora meno dai cittadini, e ancora di più dai potenti.

Per questo motivo, lo dico chiaramente, io sono CONTRARIO all’abolizione totale dei rimborsi ai partiti. Detto questo, dato che di rimborsi, e non di finanziamenti, si dovrebbe trattare, la mia proposta è molto semplice: si stabilisca un tetto massimo di spesa (molto inferiore alle cifre di oggi), e poi si rimborsino solo le spese che i partiti possono dimostrare (fatture, ricevute, contratti, ecc.).

Per fare un esempio: si decide che nessun partito possa spendere più di 50 milioni, poi al momento del rimborso vengono verificate le spese effettive, e vengono rimborsate SOLO quelle. Un partito potrà anche spendere più di 50 milioni, ma avrà diritto a rimborsi solo fino a quella cifra.

Mi sembra un’idea molto semplice. Non sono un economista o un “tecnico” (a loro piace questa parola), quindi è probabile che ci siano soluzioni anche più intelligenti, ma finché non ne leggerò una, questa resterà la mia proposta ideale.

Se il Vento fischiava, ora fischia più forte!

Votare o non votare: non è questo il problema!
28 marzo 2012 - 00:03 | Rubrica: Fischia il Vento | Ci sono 4 commenti!   

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. [...] Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge. (Art. 48 della Costituzione Italiana)

Vorrei ragionare con voi su un concetto espresso sempre da più persone, le quali sostengono che votare sia inutile, che farlo significhi sostenere la classe politica attuale e che il non esprimersi, invece, possa essere un valido sistema di protesta. La mia modesta opinione è che sia una gran cazzata!

Il non andare a votare, infatti, è la libera scelta (perché di scelta si tratta, e comporta comunque la responsabilità della stessa) di accettare la decisione della maggioranza dei votanti, qualunque essa sia. In poche parole: chi non va ai seggi non può contestare i risultati del voto, perché ha deciso di non esprimersi e, di conseguenza, ha dichiarato automaticamente di non avere una sua preferenza tra le opzioni date. Ha scelto, cioè, di far scegliere gli altri e di accettare tale decisione. Forse mi ripeto, ma vorrei che fosse chiaro.

La Casta non ha bisogno dei nostri voti per rimanere lì, perché avranno sempre quelli che andranno a votarli, ad eleggerli, e a far rimanere le cose come stanno. E tali rimarranno le cose, se chi è stanco e deluso rinuncia al proprio potere. Il popolo sovrano non è quello dei reality televisivi che manda SMS per Tizio o per Caio! Il popolo sovrano siamo tutti noi, e siamo quelli che decidono come devono andare le cose in Italia. Ricordate: ogni popolo ha il governo che si merita.

Insomma, il sistema elettorale attuale non è il migliore, ma se non verrà cambiato prima delle prossime elezioni, dovremo scegliere noi a chi dare questo compito. E forse sarà l’ennesima scelta del “meno peggio”, ma sarà comunque una scelta. Il Porcellum è un sistema antidemocratico? Probabile! Sicuro! Ma di certo chi non va a votare lo rende ancora meno funzionale di quanto potrebbe essere. È quindi possibile immaginare delle elezioni migliori e più democratiche di quanto lo siano le nostre? Io credo di sì. Non a caso, sono convinto che sarebbe necessario far esprimere i cittadini su chi debba sedere in Parlamento, ma anche rendere obbligatorio il voto, con tanto di sanzioni a chi non si presenti al seggio. Lo si potrebbe definire “suffragio universale obbligatorio”? Forse sì.

La nostra Costituzione (per la quale è tanto facile commuoversi quando ne parla Benigni o qualche altro bravo attore, ma che poi in pochi conoscono) dice che il voto è un diritto, ma è anche un dovere civico. Quel “civico” è la nostra fregatura: non è un obbligo (a noi italiani non piacciono, ma perlopiù li rispettiamo), bensì una spinta che dovrebbe sorgerci dentro per rispetto a noi stessi, all’Italia e alla nostra Storia. E per rispetto a quelli che sono morti per garantirci questo potere. C’è chi dice che il voto non sia un dovere, e che sia una balla inventata dai politici per costringerci ad andare ai seggi, ma la verità è che è davvero un dovere e che i politici attuali (almeno molti) ne farebbero volentieri a meno!

Quando fu scritta la Costituzione, appena finita la Seconda Guerra Mondiale, era praticamente impensabile che qualcuno volesse di sua spontanea volontà non andare a votare. L’affluenza alle prime elezioni a suffragio universale, in un’Italia in cui l’analfabetismo era ancora un vero problema, e in cui c’erano località letteralmente tagliate fuori dal mondo, fu straordinaria: l’89,1% degli aventi diritto si recò alle urne. Gente che non sapeva né leggere, né scrivere andò a votare perché aveva lottato, ucciso, perso amici e parenti, per poterlo fare.

Ora l’Italia è una Repubblica Democratica. E se alcuni di voi possono scegliere di non andare a votare, è solo perché altri hanno dato la loro vita per garantirvi questa possibilità. Ricordo anni in cui si stava molto meglio di così, ma la gente iniziava già a far circolare queste idee. Il numero di non votanti è cresciuto col tempo, e i nostri ultimi governi sono il frutto che ne è derivato. Non mi illudo di far cambiare idea a nessuno, vi chiedo solo di riflettere, di leggere, di informarvi. Vi chiedo solo di Scegliere. Seguire il gregge con a capo il caprone del populismo, è una scelta con la “s” molto minuscola.

Se il Vento fischiava, ora fischia più forte!

Lia nei Celi coi diamanti
21 marzo 2012 - 11:03 | Rubrica: Venterviste | Ci sono 2 commenti!   

“Se l’umanità non si è suicidata, è perché è sempre esistito chi l’aiutava a ridere”
LIA NEI CELI COI DIAMANTI
Intervista semiseria ad una maestra della risata italiana

Sarebbe bello raccontarvi che questa intervista con Lia Celi (la Magnifica) sia avvenuta ad un tavolino di un bar, guardandoci negli occhi e ridendo a vicenda delle nostre sciocchezze. Invece… Ma no, perché? Da anni il giornalismo ha smesso di occuparsi della verità, e dovrei farlo proprio io, in un articolo il cui stesso sottotitolo specifica la sua caratteristica di essere “semiserio”? No, non credo proprio!

La sto aspettando seduto al tavolino di un bar di Rimini (di cui non so il nome e che non saprei descrivere, non essendoci mai stato), quando ecco che Lia arriva, già sorridente e ben predisposta al nostro incontro, povera ingenua. Un inizio comunque motivante per un giornalista inesperto come me. Mi alzo, le stringo la mano, e la faccio accomodare.

Veloce arriva il cameriere che, con spiccato accento riminese (qualunque esso sia), ci chiede se vogliamo ordinare. Lia prende una coppa gigante di gelato con la panna, ed io, dovendo come minimo offrire, opto per un bel bicchiere di acqua di rubinetto. Giusto per pareggiare. Ma mentre continuo a sorridere, il portafoglio scalcia comunque nella tasca dei calzoni.

Chiacchieriamo del più e del meno per circa venti minuti, quando Lia alza un sopracciglio e mi chiede: “Ma non dovresti prendere appunti o almeno registrare qualcosa?” Perdo i sensi per almeno quaranta secondi. Quando rinvengo, Lia è ancora lì, sorridente e paziente. Diciamolo: la classe non è acqua; più probabilmente è una coppa gigante di gelato con la panna.

Iniziamo così la nostra intervista. Questa volta però, preferisco accendere il registratore (che non ho), per non perdere più una sola parola di ciò che dice.

Sei una battutista di fama nazionale, hai lavorato per la TV, per il teatro, per la radio e per più riviste di quante riesca a ricordare. Una mamma affettuosa e una donna piena di impegni. Ma sulla tua carta d’identità, sotto la voce “professione” cosa c’è scritto?

Ammesso che io sia veramente tutte quelle cose lì (posso mettere la mano sul fuoco solo per mamma e donna impegnata) sulla carta d’identità c’è scritto “giornalista”. Non volevo diventarlo, ma per essere assunta a Cuore come redattore ordinario, dopo diciotto mesi di praticantato ho dovuto sostenere l’esame di abilitazione al mitico Hotel Ergife di Roma. Ricordassi almeno una riga di quei tre libroni che mi sono dovuta studiare… Ricordo molto meglio la sintassi latina studiata per l’esame di Latino II all’università. Le proposizioni finali, ad esempio, si costruiscono con ut, quo ne o ne quis, più il congiuntivo…

Di tutti i lavori che hai svolto, qual è stato quello che ti ha lasciato di più in quanto a esperienza ed emozioni? E quale invece (se non è lo stesso) quello di cui vai più fiera?

Comincio da quello di cui vado più fiera: i cinque anni a Cuore, sei se includo quello in cui collaboravo da casa. Ovviamente il grosso delle mie esperienze ed emozioni viene da lì, il biennio ’91-’92 è stato di felicità perfetta, non scherzo: storicamente e professionalmente ero nel posto giusto al momento giusto, perché Cuore è stato un elemento importantissimo nel costume di quegli anni e nella trasformazione del linguaggio dei media. In più ridevo dal mattino alla sera, era come stare in una classe di liceo fatta solo di compagni intelligenti, di sinistra e divertentissimi. Forse solo in paradiso rivivrò una simile beatitudine. Detto questo, l’esperienza più istruttiva, considerata la durata limitata, è stata la collaborazione con il Pippo Chennedy Show (di Serena Dandini, Sabina Guzzanti e Neri Marcorè, NdR), nel ’96-’97. Ho capito cos’è lavorare in televisione, e cos’è la RAI, abbastanza bene da non farmi desiderare più di ripetere l’esperienza. Troppo casino, troppi isterismi e soprattutto troppi vincoli, specie per una che veniva da Cuore, dove la libertà era praticamente illimitata.

Quando hai capito (o deciso) che ti saresti dedicata a far ridere la gente, e che sarebbe potuto diventare un lavoro vero e proprio? C’erano delle aspettative su di te da parte dei tuoi cari?

Divertire la gente è sempre stata la mia massima aspirazione, fin da piccola, e credo che l’avrei fatto in qualunque mestiere avessi scelto. Le battute e le sciocchezze fanno parte di me, chi mi conosce nel privato lo sa. Se fossi diventata un’archeologa o una ricercatrice nel campo della Storia antica (il mio primo amore) sarei stata il tipo che fa ridere i colleghi. Se fossi diventata una prof. avrei cercato di far ridere i miei alunni. Se fossi diventata un avvocato internazionale, come sperava il mio papà, avrei detto cazzate in aula, col rischio di perdere tutte le cause: meno male che ho fatto una scelta diversa. Oppure è stato il Signore a darmi una mano, per convenienza: se l’umanità ancora non si è suicidata in massa forse è perché è sempre esistito chi l’aiutava a ridere sulle sue disgrazie. Sono orgogliosa di far parte, anche in penultima fila, dell’esercito di quelli che hanno dedicato la vita a far ridere e sorridere i loro simili, da Plauto a Woody, da Wodehouse a Ric e Gian.

Ogni giorno sforni decine di battute, ispirandoti alla tua vita privata, ma anche all’attualità. In base a cosa scegli le notizie da commentare? Ti poni mai dei limiti riguardo a ciò che scrivi?

Allora: si possono scegliere le notizie in base al contenuto (tipo: «Alitalia aveva messo in vendita vecchi aerei zeppi di amianto. Ryanair: “E senza uno straccio di sconto!”») oppure in base al modo buffo in cui la propongono i giornali, che per esigenze di brevità spesso usano forme sintetiche ma equivoche. Come quando c’erano i disordini a Londra e il TG de LA7 titolò: «Cameron: “Se necessario esercito nelle strade”», al che io chiosai con: «La Minetti: “Anch’io”». Quando la notizia è molto grossa, è imprescindibile il commento satirico, tipo: «È morto Lucio Dalla. Verrà sepolto nella retorica». A questo proposito, e a proposito di limiti, mi viene spesso rimproverata la tendenza a scherzare sulla morte, che secondo me è l’unica cosa su cui vale la pena scherzare, la grande comune buccia di banana su cui scivoliamo tutti. Se credi in Dio, a maggior ragione puoi scherzare sulla morte, perché sai che in realtà è una buffonata, e che dopo comincia il bello. Se non credi, dovresti riderne ugualmente perché è il destino di tutti e non c’è scampo: come scriveva Lucrezio, è successo a gente molto più grande e importante di te, e vorresti evitarla tu che non sei nessuno? Io faccio battute soprattutto sulla morte di persone importanti e famose, perché la loro non è una vera morte. Le celebrità, in un certo senso, muoiono meno degli altri, lasciando ricordi, opere, musica, libri che prolungano i limiti naturali della vita. Oppure faccio battute sugli eventi luttuosi in cui si può individuare un “cattivo” che diventa il vero bersaglio della battuta, tipo il soldato USA che a Kandahar massacra 16 persone, «aperta un’inchiesta sui motivi dello stupore». Non faccio mai battute sulle tragedie assurde e strazianti, come l’incidente del pullman belga in Svizzera. Ma credo che se ne trovassi una abbastanza buona da scrollarmi di dosso il senso di disperazione e di impotenza, la scriverei. Abbiamo il diritto di combattere la sofferenza fisica e morale che questo mondo ci infligge con le sue sciagure, la cui eco viene amplificata e moltiplicata dai mass-media fino a rintronarci. Mi rendo conto di dire qualcosa di sgradevole, ma stare male per un aereo che cade, una nave che affonda o un pullman che va a sbattere non serve a niente, tranne che a renderci più paurosi e ansiosi. Una cosa è perdere dei cari in un incidente, una cosa è soffrire perché immaginiamo cosa dev’essere stato. L’immaginazione va usata a fini più utili che procurarci emozioni posticce. Al di là dell’umana pietà e del rispetto per chi soffre sul serio, se si può è meglio razionalizzare, anche con una battuta. Ma è meglio tenerla per sé, per non sembrare cinici e irriguardosi.

Capita spesso, a chi scrive, che il messaggio recepito dai lettori sia diverso da quello desiderato. Ti ricordi qualche aneddoto divertente o particolare, legato a incomprensioni o equivoci sul tuo lavoro? O anche qualche aneddoto divertente punto-e-basta… Per la serie: “Facce ride’!”

Uhm… Di aneddoti divertenti non ne ricordo molti. Nel senso che quando i lettori recepiscono un messaggio diverso da quello che volevo trasmettere in genere significa che la prendono male, e mi è successo più di una volta. Caso strano, spesso in contesti che riguardano i motori, che qui in Italia sono la vera divinità intoccabile, altro che Chiesa. Anni fa avevo scritto sul mio blog (www.liaceli.com, NdR) una battuta su Valentino Rossi («Il dramma di Valentino: ha vinto sei mondiali ma sa contare solo fino a cinque») e sono stata sommersa di insulti. Ancora peggio quando ho scherzato sulla FIAT nel 2005: «Grande Punto, innovazione italiana: ha il giornalista leccaculo di serie». Nei commenti si andava dal “traditrice della patria” a “ti venga un cancro” e piacevolezze del genere.

Ogni tanto, mi capita di sfogliare dei diari Comix e di scovare qualche tua battuta, allora mi immagino come debba essere per la tua prole ritrovarsi con le freddure della mamma anche a scuola. Che rapporto hai con loro? Cosa pensano del tuo lavoro?

Quando mia figlia maggiore ha scoperto una mia battuta sui diari Comix dei suoi compagni sono cresciuta di mille punti nella sua stima. Sapeva che scrivevo satira, ma pensava che fosse una roba per adulti noiosi. Scoprire che potevo scrivere anche cose divertenti comprensibili dai suoi coetanei è stata per lei una piacevole sorpresa. Le mie ragazze sanno che rido per delle sciocchezze e mi prendono in giro per questo; del resto i miei figli sono anche fra le poche persone che sanno veramente farmi ridere. Abituata a cercare di far ridere in modo intelligente, io rido soprattutto con le bambinate, l’umorismo da asilo, quello che ti prende alla sprovvista o, per dirla alla Bergson, quello che fa cagare. L’ingenuità, vera o ben riprodotta, è un fondamentale propellente per la risata.

In occasione del Biografilm Festival 2011 a Bologna, hai parlato della satira come di una “mini arte marziale personale, a disposizione di tutti, per difenderci dall’aggressione ansiogena dei media”. Ti va di spiegarmi meglio cosa intendevi? Qual è il mezzo d’informazione da cui, secondo te, bisogna difendersi di più?

Credo che ognuno di noi potrebbe, con un po’ di esercizio, imparare a fare battute come quelle che tu, io e altri mettiamo su Twitter, e che ci aiutano, me lo confermerai, a reagire alla valanga di notizie ansiogene che i media ci scaricano addosso. Quarant’anni fa c’erano due o tre TG al giorno, oggi ce ne sono centinaia, più gli approfondimenti, ad ogni ora del giorno, tutti gridati, enfatici, tutti che puntano più alla pancia che al cervello: l’obiettivo non è informarti, ma emozionarti. E questa secondo me è violenza psicologica bella e buona. Se, con l’uso ragionato e strategico della retorica (in fondo l’umorismo si basa su poche figure retoriche individuate più di duemila anni fa: analogia, metonimia, litote, ecc.) trasformi la notizia ansiogena in sberleffo, la ridimensioni, non ne sei più sopraffatto, e puoi ricominciare a pensare. Ovviamente il mezzo più invadente e dal linguaggio più violento è la tivù, ma anche i giornali hanno mutuato quei toni da forsennati, fino a certi inqualificabili titoli di Libero o del Giornale.

Proprio su Twitter, forse più che in passato, la satira ha assunto quel ruolo di cui parlavi: uno strumento alla portata di tutti (chi più, chi meno) per difendersi dalle notizie con cui veniamo bombardati. Pensi che in un paese come l’Italia, che non è sotto una dittatura come potevano essere i paesi della Primavera Araba, il tweet possa fare la sua parte nel cambiare il modo di pensare della gente, o è solo un’illusione legata alla moda e al successo del momento?

Prima di twittare le mie battute, le postavo solo su Facebook. A dirla tutta, fino a un paio d’anni fa la satira a battute tipo Spinoza.it non mi convinceva. Io venivo da progetti come Cuore o il portale Clarence, più «totalizzanti», in cui la battuta (che adoro) era solo una cellula-base che andava aggregata in organismi più complessi, cioè pezzi più o meno lunghi. La satira «monocellulare» mi sembrava destinata a vita breve, come le amebe e i parameci. E in effetti è proprio così: per questo il mezzo più adatto per diffonderla è Twitter, che sembra fatto su misura per diffondere le battute, 140 caratteri che in pochi secondi rimbalzano dappertutto. Agli italiani twittare fa bene perché insegna loro la brevità e la concisione, che non sono qualità così diffuse e coltivate da noi. Sicuramente Twitter è anche una moda e sta vivendo il suo periodo di massimo fulgore, come social network, ma quel che verrà dopo non potrà non tenere conto della sua “eredità”.

Come sai, anche io mi sto avvicinando, da profano, al mondo della comicità e della satira, ma la strada è lunga e piena di scivoloni. Quali consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo (o ragazza) che oggi sogna di scrivere, di essere pubblicato e di poter vivere con un lavoro come questo? Intendo a parte quello di cambiare sogno, ovviamente!

L’unica cosa che consiglio è esercitarsi continuamente nelle battute, non solo scrivendole ma soprattutto leggendo e studiando i migliori umoristi, da Groucho Marx a Woody, da Marcello Marchesi a Campanile, dal grandissimissimo Benni a Serra, ai vignettisti come Altan ed Ellekappa; per quanto mi riguarda, ci metto anche Gianni Rodari, che fin da piccola mi ha insegnato a giocare con le parole (come sai, è la mia debolezza…) Se sei bravo e grazie alla rete puoi far conoscer il tuo materiale, le occasioni di lavoro arrivano, prima o poi. I battutisti più bravi in questo momento in Italia sono quelli di Spinoza.it, non c’è lotta. Hanno creato uno stile. Io ho i loro due libri e ne leggo una paginetta ogni sera, cercando di smontare le battute per studiare il meccanismo. E trovo sempre qualcosa da imparare.

Per la donna, il lavoro è ancora un problema presente, di cui si è discusso molto anche recentemente. La comicità e la satira sono entrambi campi in cui, forse ancora più che in altri, il numero di donne è davvero esiguo. Mi racconti un po’ la tua esperienza e le tue idee a riguardo? Hai mai incontrato sul lavoro difficoltà legate esclusivamente al fatto che sei una donna?

Io quando scrivo mi dimentico di essere una donna, penso solo a far ridere. Anche i miei lettori hanno smesso da tempo di sorprendersi del fatto che, “malgrado” sia una femmina, io sappia far ridere. I veri problemi per una donna che fa il mio mestiere è inserirsi in un mondo del lavoro che, più di altri, ha ritmi adatti a chi non ha responsabilità in famiglia: se fai l’autore televisivo non devi avere orari, per tre o quattro giorni per coniuge e figli non esisti. Tant’è vero che, se in tivù si vedono sempre più donne comiche, gli autori dei loro testi sono in genere solo maschi. Per una donna è più agevole essere la star comica di un programma (quindi con un potere contrattuale anche sugli orari di lavoro) che l’autrice dei copioni, che deve essere sempre a disposizione e quindi non deve avere bambini da accompagnare in palestra, o che si ammalano. Detto questo, io ho anche un altro grosso handicap: abito in provincia, a Rimini, mentre per diventare veramente famoso e lavorare tanto bisogna orbitare intorno a Roma o a Milano, cosa che non ho alcuna intenzione di fare. Viva la provincia!

A questo punto, noto che Lia inizia a scrutare l’orologio sempre più spesso, a guardarsi intorno, e a sbuffare annoiata; così cerco di non metterla in imbarazzo, intuendo ciò che non dice: “Lia ti andrebbe di raccontarmi tutti i tuoi ultimi vent’anni, minuto per minuto?” Scoppia a ridere istericamente, si alza, e se ne va con le mani nei capelli. Devo imparare a interpretare meglio il linguaggio del corpo, non c’è dubbio… E comunque, non andate in quel bar sconosciuto di Rimini: il gelato di Lia l’hanno offerto loro, ma a me hanno fatto pagare l’acqua di rubinetto!

NOTA: Ringrazio Lia Celi per la paziente collaborazione, per l’entusiasmo dimostrato in questa mia piccola idea, e per le sue esaustive risposte. Mi scuso inoltre con lei, per aver fantasticato non poco sull’intervista, che nella realtà si è svolta interamente tramite posta elettronica.

Che follia comprare F-35!
11 gennaio 2012 - 10:01 | Rubrica: Fischia il Vento | Scrivi un commento   

“Per l’acquisto di 131 aerei F-35 si parla di 16 miliardi. In realtà, problemi tecnici e ritardi hanno fatto lievitare la spesa del 30%, senza contare i costi per farli volare che ammontano ad oltre un miliardo all’anno per 30 anni. Insomma, l’Italia si sta indebitando per oltre 50 miliardi di euro! Domanda: è più utile dotarsi di mezzi per sconfiggere un ipotetico nemico iper-tecnologico o dare ai nostri giovani scuole e università di qualità per vincere la sfida con i coetanei in Europa e nel resto del mondo? Qualsiasi italiano di buon senso non avrebbe dubbi”. (Umberto Guidoni)

Noi, Generazione UE
30 giugno 2011 - 15:06 | Rubrica: Fischia il Vento | Scrivi un commento   

Oggi ho pensato di proporvi un articolo che avevo scritto nel 2004, riguardante l’Unione Europea. Ritrovandomelo tra le mani, mi è sembrato interessante notare quanto sia ancora attuale, e quanto poco sia stato fatto negli ultimi 7 anni. Spero che possa interessarvi, nonostante la sua “età”.

Noi, Generazione UE

I giovani e la costruzione della “Casa Comune Europea”: che cosa conosciamo, che cosa proponiamo, che cosa ci aspettiamo.

1. Conoscenze

Per comprendere come sia nata l’idea di unire gli stati del nostro continente, ho chiesto ai miei genitori, la generazione che mi precede, un giudizio sull’Unione Europea. Così mi sono ritrovato ad ascoltare i racconti di mia madre che, studentessa nel ’68, anno di proteste e manifestazioni, sognava con i suoi compagni un’Europa unita, senza frontiere, in cui i giovani potessero condividere esperienze, scambiare idee e creare un mondo nuovo, basato sui principi del marxismo, per fronteggiare la cultura capitalistica degli Stati Uniti.

Gli anni sono passati e, anche se l’Europa non ha l’impronta comunista che molti fantasticavano, una parte di quel sogno si è realizzata. Mi sono reso conto di come noi giovani, che ci siamo ritrovati all’interno dell’UE senza averlo scelto, godiamo passivamente dei risultati di lotte affrontate dai nostri genitori. È il momento, però, di interessarci e di documentarci, di prendere coscienza, affinché un giorno possano davvero chiamarci “cittadini europei”.

L’organizzazione del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea mi sembra efficace: è composto da un ministro di ciascuno degli stati membri; le decisioni vengono prese all’unanimità o a maggioranza qualificata. Il “peso” dei voti attribuito agli stati membri è determinato dal numero di abitanti. Mi sembra che finora il sistema abbia funzionato: i paesi maggiori non hanno potuto mettere in minoranza i paesi più piccoli e viceversa. Alcune questioni non perfettamente risolte possono essere riviste grazie al sistema dei ricorsi. Per esempio spesso l’Italia ha dovuto difendere i nostri prodotti agricoli ed a denominazione di origine controllata.

Un altro ruolo molto importante è quello del Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne, di cui sono titolari i ministri degli Affari esteri di ciascuno stato membro dell’UE. Infatti esso ha il compito di occuparsi delle relazioni con il resto del mondo. L’ambito è dunque quello della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), delle relazioni economiche esterne, degli aiuti allo sviluppo e degli interventi umanitari.

La PESC fu avviata negli anni ’90, sotto la spinta del cambiamento geopolitico europeo: la riunificazione tedesca, la caduta dell’Unione Sovietica, la fine del Patto di Varsavia, l’acuirsi delle tensioni nazionalistiche nei Balcani, sfociate poi nella guerra in Iugoslavia. I lavori della PESC si basano su cinque obiettivi: la difesa dei valori comuni e degli interessi fondamentali dell’Unione; il rafforzamento della sicurezza dell’Unione; il mantenimento della pace e il rafforzamento della sicurezza internazionale; la promozione della cooperazione internazionale; il rafforzamento della democrazia e dello stato di diritto, nonché il rispetto dei diritti dell’uomo.

La Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) è parte della PESC, cioè uno strumento di politica estera finalizzato a gestire le crisi e a prevenire i conflitti con strumenti militari e civili. La prima operazione della PESD è stata avviata nel 2003 in Bosnia-Erzegovina. Successivamente vi è stato un intervento nell’ex Repubblica Iugoslava con lo scopo di favorire la riconciliazione nazionale tra maggioranza slava e minoranza albanese, le cosiddette “missioni di pace”.

Se c’è una cosa che, infatti, non si può mai dare per scontata è proprio la pace. E anche di recente, con l’esplosione del conflitto in Iraq, è stato molto difficile giungere a una soluzione sul possibile intervento. Infatti le posizioni dei vari paesi europei sono state molto discordanti. Alla fine sono intervenuti i paesi che lo credevano necessario. Non raggiungere un’unità di intenti su questioni tanto delicate, è una dimostrazione che l’Unione Europea dovrà affrontare ancora un lungo cammino per rafforzarsi ed avere così maggiore possibilità di incidenza.

Un altro settore di intervento dell’Unione Europea è quello economico. Proprio in questi giorni, in seguito a dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi, è esploso il caso dell’euro. Egli ha pubblicamente sostenuto che i problemi economici degli italiani sono stati causati dalla nuova moneta. Da Bruxelles Prodi è insorto: non la moneta, ma lo scarso controllo sulla riconversione dei prezzi in euro ha causato la perdita di valore d’acquisto degli italiani. È seguita, come da copione, la rituale ritrattazione: l’introduzione della nuova moneta è stata mal gestita. Non ci sono dubbi, tuttavia, che il nuovo conio porti con sé più aspetti positivi che negativi. Da ricordare, infatti, l’utilità negli scambi commerciali senza più i problemi del cambio. È la prima volta che questo accade in epoca moderna. Inoltre l’introduzione dell’euro, che simboleggia l’avvenuta unione europea, fa sì che il nostro continente si presenti, all’interno del consesso mondiale, come un’entità economica chiaramente definita.

Un’altra decisione fondamentale, conseguente a questo lento, ma indispensabile lavoro della UE, riguarda soprattutto noi giovani: il riconoscimento in tutta Europa del valore dei titoli di studio conseguiti permette di cercare opportunità di lavoro anche al di fuori del proprio paese.

2. Proposte

Le proposte per il futuro lavoro dell’Unione Europea sono numerosissime e mi sembra il caso di citare solo quelle che risultano essere le più importanti e immediate. Credo non ci siano dubbi riguardo alla doverosa priorità che l’Unione Europea ha di fortificare la propria alleanza e di diffondere maggiormente la conoscenza di ciò che significa essere cittadini europei. Leggendo la stampa italiana, spesso emerge, infatti, il timore, diffuso tra le persone, riguardo al presunto pericolo di perdere la propria identità nazionale e di andare incontro a un colossale fallimento.

Forse l’Unione Europea dovrebbe riuscire a far condividere maggiormente ai cittadini europei i valori su cui si fonda ed a far nascere davvero il senso di appartenere ad una comunità sopranazionale. Questo porterebbe l’Unione Europea ad una posizione di maggior forza nelle decisioni di livello mondiale ed a “liberarsi” definitivamente dalla supremazia onnipresente degli USA. Forse è anche auspicabile l’adesione all’Unione Europea da parte della Russia, la quale potrebbe partecipare in modo molto positivo al compimento del sogno di un’Unione Europea completa e forte.

Infine, la UE lancia ai giovani un implicito appello: sembra essere sempre più indispensabile la conoscenza delle lingue straniere, se davvero si vuole trovare uno strumento per far comunicare i popoli. Forse diventerà necessario potenziare nelle scuole lo studio di diverse lingue straniere oltre all’inglese, dando la possibilità agli studenti di sentirsi pronti per il ruolo di futuri cittadini europei. A tale proposito sarebbe fondamentale unificare anche i programmi di studio nelle scuole dell’UE, perché un pari livello di conoscenze permetterebbe l’inserimento nel mondo del lavoro da parte di tutti i cittadini europei anche a livello internazionale. Di fatto non si può negare che l’Unione Europea si sia posta per tempo il problema, proponendo “l’apprendimento precoce” di una o più lingue oltre la propria. Per realizzare questo obiettivo emerge ancora con evidenza la necessità della cooperazione transnazionale. Dedicarsi allo studio di altre lingue, non significa, comunque, che ogni nazione non debba conservare le proprie peculiarità culturali e la propria memoria storica. L’unione e la collaborazione tra le nazioni non significano necessariamente l’annullamento delle diversità culturali e della propria storia.

3. Attese

L’attesa che si sente maggiormente, in questo periodo, è senza dubbio quella di una Costituzione che possa favorire lo sviluppo di un’identità europea e che segni “una svolta decisiva nella storia del processo di integrazione comunitario” (R. Prodi – Prefazione a “Una Costituzione per l’Europa”, il Mulino, Bologna 2003, p. 11). Questo passo è essenziale per ottenere un’Unione Europea forte e con una dignità propria.

Sarà fondamentale giungere ad un compromesso su questioni importanti quali la presenza in Europa di diverse religioni. A mio parere, una Costituzione laica, che garantisca le più ampie libertà in questo ambito, sarebbe la soluzione migliore del problema. Senza primati e con pari dignità.

Altra questione di fondamentale importanza è l’amministrazione della giustizia. Essenziale è la comune posizione di fronte al valore della vita che ha già fatto schierare la Comunità contro la pena di morte. Ma pure importante sarebbe raggiungere obiettivi identici per sconfiggere la criminalità. Non ci dovrebbe essere nessuno ostacolo per le indagini tra un Paese ed un altro, anzi ci dovrebbe essere la completa collaborazione.

È stata una vera sorpresa scoprire che collegandosi su Internet al Portale dell’Unione Europea è possibile, tra le tantissime voci, visualizzare l’elenco degli eurodeputati e mettersi in diretto contatto con loro. Una scheda biografica consente di avere le principali informazioni sugli eurodeputati: è anche questo un modo per avvicinare i cittadini, soprattutto noi giovani, al mondo dell’Unione Europea che a volte può apparire erroneamente un’entità astratta.

L’Unione Europea si sta rivelando un progetto atto a promuovere un futuro degno di questo nome per le prossime generazioni ed a risolvere questioni importanti che turbano la nostra società ormai da secoli. La mia generazione, sicuramente meno attiva e politicizzata di quella precedente, godrà i frutti dei semi gettati dai nostri genitori. Negli anni ’70 sono stati commessi forse molti errori, ma la realizzazione di questo sogno europeo basta a dare un senso alle lotte passate. L’importante è che l’Unione Europea non si riduca ad affrontare solamente le questioni economiche, per quanto esse siano di vitale importanza, ma si faccia promotrice di valori in cui identificarsi.

Se il Vento fischiava, ora fischia più forte!